Augusta, 9 giugno 2007
IL PATRIMONIO CULTURALE DIFFUSO COME OPPORTUNITA' DI SVILUPPO LOCALE

Il Convegno è stato organizzato grazie alla disponibilità e all’iniziativa dell’International Inner Wheel di Augusta e del suo presidente, dott. Ivana Sarcià Pitari, che hanno voluto focalizzare l’attenzione sulle risorse del patrimonio diffuso nell’area di Augusta. Per tale motivo, dopo i saluti della dott. Pitari, il prof. Militello ha esposto la natura, la storia e la finalità del progetto KASA e la parole è poi passata alla due relazioni portanti del convegno, quella dell’arch. Nucifora, incentrata sul concetto di bene diffuso e sulle forme possibili di musealizzazione, e quella del dott. Tanasi incentrata sul patrimonio archeologico dell’area attorno ad Augusta.

Melania Nucifora
L’approccio alla valorizzazione dei siti archeologici adottato nell’ambito del progetto Kasa ha un taglio preciso che abbiamo voluto definire “paesistico”.
L’ampiezza del territorio caratterizzato dalla presenza dei siti KASA, diffusi su un’area che riguarda le due province di  Ragusa e  Siracusa, ha reso necessario operare delle zonizzazioni convincenti che permettessero di suddividere il complesso dei siti in “sistemi omogenei” in relazione a diverse opzioni di valorizzazione. Questa individuazione dei sistemi è stata operata non già sulla base, diremmo, di valori intrinseci ai beni, ma piuttosto sulla base del peculiare rapporto che i gruppi di beni stabiliscono con il contesto territoriale e in particolar modo con il paesaggio antropico e con il paesaggio naturale.
La rivoluzione concettuale condotta attraverso le carte dell’ICOMOS  partiva da una prassi diffusa che vedeva nettamente prevalere le istanze di studio e conservazione sulla logica della fruizione. In nome di un malinteso rapporto con il contesto storico il bene veniva isolato dal suo contesto territoriale, se possibile musealizzato, dunque traferito altrove, in ogni caso trattato come un’insula il cui intorno –ove possibile- doveva filologicamente riprodurre le condizioni originali.
Oggi invece alla base della definizione di bene culturale poniamo non più soltanto l’individuazione di valori storico, artistici, culturali da parte di una ristretta comunità di studiosi, ma un più profondo riconoscimento del bene da parte delle comunità locali (dove il concetto di comunità locale va dalla scala strettamente locale a quella “nazionale”), senza parlare del tentativo di costruire, attraverso il patrimonio culturale, una sorta di coscienza planetaria, basata sull’idea di Umanità. Tale processo deve passare attraverso la ricostruzione del legame spesso reciso tra il bene e il territorio stesso.
Siamo qui al secondo, fondamentale, aspetto metodologico, sottolineato dalle carte internazionali e assunto quale cardine del nostro progetto di valorizzazione:  il “recupero del rapporto con la storia”. Proprio la lettura del paesaggio come un tutto è alla base della ricostruzione del rapporto fra il bene e la storia fino alla contemporaneità.
Nel caso dei beni archeologici  ciò significa moltiplicare, esplicitare, anche ricostruire una serie di legami materiali e immateriali fra il sito e il territorio nella sua complessità, con particolare riferimento a quel patrimonio immenso e ancora scarsamente considerato che è il paesaggio rurale, ovunque in Sicilia tessuto connettivo, ricco di valenze identitarie, non solo in senso strettamente fisico ma anche in senso diacronico, perché testimonianza materiale immediata del rapporto che le popolazioni locali hanno intessuto con il territorio, con gli habitat naturali, con il paesaggio fisico attraverso l’uso sapiente della pietra, con il sistema delle acque.
Sulla base dunque dell’analisi paesistica dei diversi contesti territoriali, analisi dei sistemi insediativi, della morfologia del paesaggio naturale, dei caratteri del paesaggio agrario i siti Kasa sono stati suddivisi in sei sistemi omogenei, trasversali rispetto alla distinzione cronologica fra siti preistorici e siti postclassici, che è stata invece alla base dell’analisi e della schedatura dei siti. Ciò perché, nella logica sopra enunciata, la compresenza di siti archeologici di epoche diverse aumenta l’interesse culturale del progetto di valorizzazione favorendo –se opportunamente esplicitata- la comprensione dell’evoluzione storica del territorio e il mutato rapporto fra insediamenti umani e ambiente naturale, rapporto che già dalla denominazione dei sistemi si mostra come fondamentale.
Nell’area centrale dell’altopiano ibleo sono stati individuati due sistemi omogenei
Il gruppo II (Affluenti del Tellaro)
Il gruppo III (Area cerniere dell’interno)
Il gruppo IV (Sistema della Cava d’Ispica- Area del Parco Archeologico)
Il gruppo V – Sistema Ionico Ibleo - Area del Parco Lineare Sud
Il gruppo VI – Sistema Ionico Ibleo – Area del Parco Lineare Nord
Il progetto di valalorizzazione si concentrerà sui due ultimi gruppi  coprendo il vasto territorio costiero ionico che vede Siracusa in posizione baricentrica. Nella omogeneità di assetto morfologico del paesaggio naturale, ciò che principalmente distingue il sistema nord (sul quale si scenderà ulteriormente di scala) dal sistema sud, sono i caratteri assai diversi del sistema antropico, caratterizzato nel settore meridionale da una sostanziale tenuta del paesaggio agrario tradizionale che costituisce per larga parte il tessuto connettivo dominante. Il settore settentrionale, invece, si distingue per la complessità del paesaggio antropico costiero, caratterizzato dalla presenza di un continuum urbanizzato, da un forte frammentazione, dal carattere residuale del paesaggio agrario, da usi antropici intensivi, da condizioni drammatiche  di marginalità e separatezza dei siti archeologici presenti sul territorio. La natura delle problematiche poste dal territorio di riferimento rappresenta per il valorizzatore una sfida: essa richiede una rigorosa verifica delle ipotesi di valorizzazione che devono qui misurarsi con condizioni di contesto che non è esagerato definire “estreme”. Ma la natura dei siti archeologici, che scelte passate dettate da logiche di sfruttamento del territorio ormai obsolete hanno relegato in condizioni marginali, è caratterizzata da una centralità organizzativa rispetto all’assetto storico dell’intera regione che li impone quali priorità assolute a scala provinciale e regionale, soprattutto se si ritiene che il progetto di valorizzazione del patrimonio archeologico debba passare attraverso una rigorosa restituzione di senso.
Le parole chiave selezionate per il progetto di valorizzazione dei siti KASA sono: accessibilità; gestione; integrazione; paesaggio.
Al centro del nostro progetto poniamo la gestione al centro del nostro progetto, lavorando sullo scenario possibile del Parco Lineare Ionico Ibleo, che sottrae il nostro territorio alla tentazione imperante della valorizzazione “virtuale” dei luoghi, cioè a quella mentalità diffusa, per cui basterebbe promuovere i beni culturali attraverso siti internet più o meno istituzionali e affidarsi all’’iniziativa dei tour-operator per ottenere presenze turistiche sul territorio, quasi indipendentemente dalle condizioni reali dei luoghi che spesso sono di vero e proprio degrado. Quello che abbiamo definito l’approccio paesistico alla valorizzazione dei beni, presuppone lo sforzo di un miglioramento concreto del contesto paesistico attraverso un progetto minuzioso dei circuiti di accesso ai beni, attraverso il controllo dell’assetto del paesaggio, attraverso il recupero dei complessi e degli immobili  di supporto ai percorsi progettati, sulla base di un solido partenariato istituzionale e nella prospettiva di disporre di una struttura unitaria di gestione. L’analisi delle condizioni di fruibilità dei siti archeologici svolta nell’ambito del progetto mostrano, infatti, la distanza abissale che corre fra i siti che rientrano nell’ambito di una struttura gestita e gli altri, la cui sorte è spesso legata alla meritevole opera di volontariato da parte di associazioni culturali e ambientaliste.
Il parco lineare di Thapsos- Megara presenta, nel nostro progetto, una struttura a pettine con l’asse portante nord-sud che si sviluppa lungo la costa da Brucoli alla penisola della Maddalena assicurando la connessione di un sistema di spazi costieri allo stato attuale assi frammentati. Il lavoro di analisi territoriale prevede la ricognizione di tutti gli spazi interstiziali di paesaggio agrario residuo, spazia attualmente marginali che costituiscono delle formidabili risorse per la ricucitura del frammentato paesaggio costiero. Questi spazi vanno dal ramo ferroviario augustese per il quale si prevede uno scenario di dismissione, alla viabilità interpoderale, a spazi ricavati al margine di strade poco battute. L’obiettivo è creare una connessione ininterrotta, plurimodale, a carattere di alta sostenibilità che costituisca un percorso paesaggistico gradevole per la fruizione dei siti archeologici, ma che al tempo stesso crei condizioni di biopermeabilità finalizzate al rafforzamento della rete ecologica provinciale caratterizzata da una sequenza, in direzione nord sud, di zone umide sensibili spesso individuate come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS), ai sensi delle direttive comunitarie Uccelli e Habitat, che vanno dalle Saline Regina alle Saline dei Pantanelli a sud di Siracusa, passando attraverso aree “forti” in quanto vere e proprie aree naturali protette (la RNO Valle dell’Anapo; la RNO Saline di Priolo; la RNO Fiume Ciane e Saline di Siracusa; l’AMP Penisola della Maddalena e Capo Murro di Porco).
Il sistema lineare portante è quello che assicura l’accesso al sistema di penetrazione orientato da est a ovest che completa la struttura a pettine del Parco. Procedendo da Nord a Sud gli assi di penetrazione coincidono con le principali incisioni fluviali (il torrente Porcaria, il fiume Mulinello, il torrente Marcellino, il torrente Cantera e Cava dei Mulini, Cava Sorciaro, il Fiume Anapo, il Fiume Ciane).
Le foci di questi corsi d’acqua e il contesto circostante diventano, nel progetto, gli snodi di percorsi escursionistici di accesso al sistema dei siti archeologici che, per le ragioni illustrate nella relazione del dott. Tanasi, si trovano a grappoli lungo il corso delle incisioni fluviali.
Obiettivo del progetto è trasformare questi percorsi, gia in parte praticabili, in percorsi di mobilità lenta, sicuri e attrezzati attraverso la riqualificazione delle strutture rurali che vi si attestano e la creazione di nuove attrezzature, ma anche attraverso interventi di miglioramento ambientale, di difesa del suolo, di ripristino della stabilità dei pendii naturali e delle scarpate, di stabilizzazione dei pendii franosi e la realizzazione delle opere idrauliche di ingegneria naturalistica atte a prevenire il rischio idrogeologico. Saranno infatti proprio questi percorsi lungo le blueways del territorio ibleo a configurarsi come veri e propri corridoi culturali in grado di guidare il visitatore dai siti costieri a quelli dell’interno, riproducendo e al tempo stesso descrivendo con l’ausilio di cartellonistica e punti informativi adeguati le logiche dell’antropizzazione del territorio e la relazione dialettica fra gruppi umani e paesaggio naturale.
I percorsi escursionistici saranno segmentati secondo un livello di praticabilità medio-facile e saranno intervallati da aree di scambio modale in corrispondenza con gli accessi su gomma che saranno attrezzati con punti di ristoro e aree di sosta, per consentire l’accesso ai gruppi e la fruizione del corridoio culturale “per segmenti”, in un’ottica di flessibilità.
La complessità del progetto e l’entità dei costi prevedibili sono ostacoli facilmente superabili giacché esistono non solo gli strumenti istituzionali in grado di semplificare le procedure, ma anche il quadro di riferimento regionale PTPR, PTUR, Piano Paesistico d’Ambito, RES), provinciale (Piano Territoriale di Coordinamento) sembra convergere verso obiettivi concreti di rafforzamento della rete ecologica regionale con particolare riferimento alle connessioni lineari.
Anche il quadro degli strumenti finanziari utilizzabili consente di accedere a risorse economiche assai consistenti, operando in una logica di convergenza e integrazione dei canali di finanziamento, logica peraltro premiata dai criteri di selezione.
L’Asse III del POR 2007-2013 resta il canale di finanziamento privilegiato per la realizzazione dei corridoi culturali, ma il Piano di Sviluppo Rurale con particolare riferimento all’Asse II (Miglioramento del contesto agroambientale) consente non solo significativi interventi di recupero del paesaggio rurale, ma permette  anche la creazione di partenariati pubblico-privato che promuovano attività finalizzate al turismo rurale nelle arre prossime ai percorsi di progetto. Un altro strumento finanziario di grande interesse è il Life+ che sostituisce i programmi Life Ambiente e Life Natura.
L’utilizzo di strumenti finanziari diversi consentirebbe, nell’ambito dell’accordo di programma per la realizzazione del “Parco Lineare Nord”, di procedere per “progetti pilota”, segmentando il progetto di insieme in una serie di sotto-progetti relativamente autonomi, come ad esempio il progetto di ricucitura dei Parchi delle Saline attraverso la realizzazione di una greenway ciclabile o il progetto “corridoio culturale del Mulinello” che il progetto Kasa intende sviluppare al livello di proposta progettuale, approfondendolo come “caso studio” attraverso un’analisi paesistica dettagliata (storia del territorio, presenze vegetazionali, dissesto idrogeologico e pericolosità dei luoghi, degrado ambientale, sensibilità ambientale e rilevanze paesaggistiche) supportata da cartografia e documentazione fotografica, relazione tecnica in grado di indicare nel dettaglio i passaggi necessari per una progettazione esecutiva (computo metrico e stima dei lavori, lista dei pareri e delle autorizzazioni, piano particellare, ecc.), progetto museologico e del piano di comunicazione. 

L’antropizzazione della Megaride tra l’età del Bronzo e del Ferro:
il caso degli insediamenti fluviali.

Davide Tanasi

Tra i diversi modelli insediativi identificabili nel lungo corso della preistoria e protostoria siciliana, certamente quello più significativo per frequenza e rilevanza scientifica di alcuni siti è certamente l’insediamento fluviale. Sia che il villaggio si trovasse sulla costa alla foce o nell’entroterra presso la sorgente, le motivazioni che stanno alla base della scelta di un’area  prossima ad un fiume sono essenzialmente l’approvvigionamento d’acqua, la pesca e soprattutto il controllo strategico di quelle che erano considerati i principali assi viari di raccordo e le vie preferenziali di penetrazione nel territorio per coloro che venivano da oltremare.

Un caso paradigmatico è offerto dal territorio megarese interessato da tre bacini fluviale che nel corso dei secoli hanno svolto, come vedremo, una funzione baricentrica nelle modalità di antropizzazione.
In prossimità del porto di Augusta sfocia il fiume Mulinello, che sorge sul Monte Gancio, a 407 m di altitudine, e si sviluppa per circa 29 km con una portata attuale ancora notevole in alcuni periodi dell’anno.
Pochi chilometri più a Sud scorre il Marcellino, il fiume più rilevante di questo territorio, che sorgendo sul Monte S. Venera  ad 869 m di altitudine, si sviluppa nell’asta fluviale principale per 58 km, con una discreta portata ancora apprezzabile.
Più a Sud, nei pressi del ex Faro Cantera, presso l’area archeologica di Megara Hyblaea, sfocia, con sorgente sul Monte Buongiovanni a 570 m di altitudine, il torrente Cantera che, se con i suoi 18 km di sviluppo è decisamente meno significativo rispetto agli altri due sul piano idrogeologico, offre delle significative evidenze su quello archeologico.

Per ciò che concerne l’occupazione del territorio nel corso dell’età del Bronzo Antico, è possibile identificare i siti di Petraro e Mangano lungo il Mulinello, di Torracchio e Curcuraggi nella media valle del Marcellino e quello di Cava Baratta lungo il Cantera.
Facendo salvi gli insediamenti di Petraro e Cava Baratta su cui ci soffermeremo in dettaglio, riguardo alla piccola necropoli rupestre di contrada Mangano, costituita da una ventina di tombe a grotticella completamente spogliata in antico, ben poco si può dire, così come per il sito di Torracchio, dove una necropoli parzialmente manomessa di circa 15 tombe ed il villaggio sono ancora inediti a trent’anni dagli scavi. La medesima situazione si ripropone per il pianoro di Curcuraggi dove i numerosi indizi di frequentazione umana non sono stati approfonditi da indagini archeologiche.

A 5 km dalla foce, sulla sponda sinistra del Mulinello, si erge una parete rocciosa alta circa 100 m interessata da numerose escavazioni funerarie ed abitazioni rupestri, denominata Timpa Ddieri, sommariamente esplorata dall’Orsi nel 1902. Sul pianoro soprastante, noto come contrada Petraro, sul finire degli anni ’60 fu messo in luce l’area di un insediamento castellucciano trincerato sui lati Nord, Est ed Ovest da una monumentale cinta muraria ad emplekton,  larga fino a 2,50 m e conservata per uno sviluppo di oltre 80 m e dotata di 2 o 3 massicce torri semicircolare del diametro di 10-12 m.

Ben poco si è conservato del villaggio per effetto dell’azione devastante degli agenti atmosferici attraverso i secoli. Della produzione materiale sono stati rinvenuti numerosi frammenti ceramici di tipo castellucciano e corni fittile ed importanti tracce di attività artigianali sono testimoniate dalla scoperta di un numero molto elevato di macine per il grano in pietra lavica e fuseruole fittili. Di estremo interesse è infine la scoperta di due ossi a globuli, oggetti dalla forte valenza rituale, uno dei quali fortemente stilizzato che richiamano da vicino esemplari analoghi diffusi in diversi contesti della Sicilia, Italia meridionale, Malta, Egeo e Troade, che testimoniano una forte apertura degli abitanti del Petraro verso l’esterno.

Il caso di un villaggio fortificato in posizione strategica di controllo di una fondamentale via di comunicazione non è isolato nella Megaride. Nello stesso periodo viene occupata per la prima volta la penisola di Magnisi (Thapsos) con un insediamento caratterizzato da una cinta muraria per lo più rettilinea munita ad intervalli regolari di torri semicircolari che difendeva un villaggio verisimilmente impiantato sul versante sud-ovest della penisola. All’analogia nel modello insediamentale che privilegia il presidio delle vie di penetrazione verso l’interno, in una logica di competizione interna tra gruppi indigeni, corrisponde anche un’evidente similitudine architettonica tra le due cinte indice di una forte osmosi culturale.
Gli unici confronti per la cinta muraria del Petraro fuori dalla Sicilia  sono i centri fortificati di Los Millares in Spagna e Chalandriani di Syros nell’Egeo, che essendo cronologicamente più antichi si pongono semmai come prototipi, fatto questo che sottolinea nuovamente, nel caso del Petraro, la ricettività agli influssi culturali extrainsulari.

Della necropoli di tombe a grotticella artificiale della Timpa relativa al villaggio del Petraro, ben poco si può dire. Fortemente alterata dalle escavazioni rupestri bizantine, è stata spogliata in antico e mai esplorata in modo sistematico. Solo grazie all’impegno di un gruppo di studiosi locali alcuni materiali di tipo castellucciano sono stati messi in salvo da alcune sepolture.

Un unicum è invece rappresentato da una tomba a grotticella recentemente individuata in contrada Petraro, che seppur violata, con le sue peculiarità architettoniche ha aggiunto nuovi importanti dati sulla complessità culturale del gruppo qui stanziato. La tomba a pianta subcircolare, preceduta da un piccolo padiglione semicircolare e dotata di una nicchia poco profonda, presenta in corrispondenza dell’ingresso una cornice trilitica scavata nella roccia priva di funzionalità ma ricca di significati evocativi. Infatti medesime strutture trilitiche  a cornice delle aperture si ritrovano in contesti maltesi coevi sia templari, come nel caso di Hagar Qim, che ipogeici come per la Main Hall di Hal Saflieni. Questo esempio di influenza maltese sull’architettura funeraria, che rientra a pieno titolo nel cosiddetto megalitismo ridotto siciliano sottolinea ancora in modo deciso il sistema di rapporti in cui il centro era inserito.

A Sud del pianoro dell’ex Feudo Baratta, a circa 4 km dalla foce del torrente Cantera, sulla parete sinistra del profondo vallone, lungo il pendio, è stata individuata una necropoli di quasi 50 tombe a grotticella ben conservate, ma sfortunatamente tutte violate in antico.

Le sepolture sono generalmente a pianta circolare e subcircolare, talvolta dotate di nicchie ed anticella. Circa un terzo di esse presenta una facciata concava monumentalizzata da semipilastri o lesene  con la peculiarità dell’accoppiamento di più ingressi sullo stesso prospetto. Tale accorgimento architettonico che rientra appieno nelle manifestazione del megalitismo ridotto siciliano richiama direttamente gli esempi più significativi dell’area iblea che a loro volta rimandano direttamente al prototipo maltese.

Una tipologia architettonica molto particolare si ritrova poi nella t. 12 dove, ai lati dei due semipilastri che inquadrano l’ingresso, si individuano due nicchie semicircolari Una consuetudine questa che si ritrova anche nelle necropoli iblee di Calicantone e Granati Vecchi e che ancora una volta può essere intesa  come una traduzione locale di un concetto architettonico maltese. Un dato questo che richiama l’evidenza del Petraro in merito ai rapporti extrainsulari dei centri fluviali della Megaride.

Al passaggio con l’età del Bronzo Medio, si registra nel bacino del Mulinello la prosecuzione in scala ridotta del sito del Petraro e la nascita di un nuovo importante insediamento sul Cozzo del Monaco più vicino alla foce. L’area del fiume Marcellino subisce un generalizzato abbandono così come per il torrente Cantera, dove alla fine di Cava Baratta corrisponde l’inizio della frequentazione del vicino sito di Costa Gigia. Sicuramente determinante nell’assetto e la distribuzione degli insediamenti deve essere stato l’effetto polarizzatore emanato dall’affermazione dell’emporio di Thapsos  che si configura come il principale centro di elaborazione culturale in questo periodo.

La necropoli comunemente detta del Mulinello di Augusta si articola sui declivi di un modesto rilievo chiamato Cozzo del Monaco, che si affaccia sul fiume Mulinello a circa 1 km dalla foce, e su parte del pendio della sponda opposta.

Indagato in diverse riprese da Paolo Orsi tra il 1891 ed il 1902, il sito rivelò una necropoli di una ventina di tombe, alcune delle quali riadattate in età tardo antica per realizzare una catacomba, da cui deriva il nome di Poggio o Cozzo Monaco, proprio al di sotto dell’attuale masseria

I sepolcri sempre del tipo a grotticella artificiale, a pianta circolare, dotati di nicchie laterali, banchine anulari e piccole anticelle, e talvolta cornici multiple all’ingresso, erano sostanzialmente di due tipi, con volta curva o con elevato ogivale. Queste ultime, più precisamente interpretabili come tombe a camera tholoide rappresentano la riproposizione locale della tomba a tholos  micenea di area peloponnesiaca nella versione scavata nella roccia. Discretamente diffuse nelle necropoli di area siracusana, iblea ed agrigentina nel corso dell’età del Bronzo Medio, in un periodo caratterizzato dall’arrivo di numerosi elementi di derivazione micenea, tra cui svariate importazioni ceramiche, le tombe a camera tholoide siciliane rappresentano un importante indicatore della influenza micenea sulla cultura locale.
La necropoli visse un momento di riutilizzo nel corso del VI secolo a.C. che, in alcuni casi, comportò lo svuotamento dei sepolcri e la rimozione dei corredi precedenti o semplicemente la sovrapposizione di due distinti livelli depositivi, indigeno e greco.
Oltre a questi due tipi di sepolture, Orsi diede notizia anche di alcune escavazioni nel banco roccioso, realizzate senza particolari accorgimenti morfologici ed architettonici, che egli definì grotte-immondezzaio che dopo un iniziale utilizzo come grotte mortuarie sarebbero state trasformate nello scarico del villaggio, verisimilmente ubicato sulla sommità del Cozzo Monaco.

Tra i materiali dei corredi funerari oltre alle numerose ceramiche dello stile di Thapsos, brocchette, ollette, boccali, pissidi su piede, con la tipica superficie grigia e la decorazione incisa, oggetti d’ornamento in osso e bronzo, lame litiche e bronzee, notevole importanza hanno la piriform jar micenea della t. 5 ed il frammentino miceneo con spirale dalla grotta-immondezzaio 8, databili entrambi al TE IIIA2-IIIB, che testimoniano la grande apertura del centro fluviale del Mulinello al clima di scambio culturale con le genti d’oltremare che caratterizza la vita di molti centri della Sicilia sud-orientale in questo periodo.

Per ciò che concerne l’occupazione di Petraro e Costa Gigia, a Sud del Cantera, gli unici dati disponibili al momento sono due tombe a camera tholoide, violate in antico, che testimoniano l’esistenza di nuove aree insediative.
 
Il fatto nuovo che caratterizza tutta la cuspide Sud-Orientale della Sicilia all’inizio del Bronzo Tardo ed a maggior ragione l’area dei bacini fluviali della Megaride è lo spopolamento delle aree occupate più facilmente accessibili, essenzialmente le coste ed il corso dei fiumi, e l’arroccamento in siti d’altura naturalmente muniti ed artificialmente forticati come Pantalica. Un fenomeno questo interpretabile come risposta ad un segnale di pericolo proveniente dal mare riconducibile all’inizio del movimento massiccio di popolazioni peninsulari alla volta della Sicilia.

Con il successivo momento dell’età del Bronzo Finale, all’indomani della mancata concretizzazione del temuto arrivo di invasori esterni, contestualmente all’occupazione dei centri d’altura, riprende la frequentazione di antichi centri costieri come Thapsos e di nuovi empori come Punta Castelluzzo.

Ma è soltanto con la Prima età del Ferro, che il territorio dei bacini fluviali della Megaride, così densamente occupati nel corso dei secoli, recupera la funzione di vero e proprio volano culturale per quest’area con l’inizio dell’occupazione del sito del vallone Marcellino, sulla sponda opposta del fiume rispetto al villaggio castellucciano di Torracchio.

I gruppi di necropoli della prima età del Ferro del vallone Marcellino, che contano poco meno di un centinaio di tombe, si articolano sulla sponda settentrionale del fiume nelle contrade Fossa e Pantalone di Sotto ed anche nella contrada Pantalone di Sopra, area prossima alla confluenza del Marcellino col torrente Bellezza ed adiacente a Curcuraggi, sito quest’ultimo fortemente indiziato della presenza del villaggio coevo.

La necropoli del Marcellino fu utilizzata dagli inizi del VIII fino al fine del VI secolo a.C. con una maggiore intensità soprattutto nella prima metà dell’VIII. Essa presentava una distribuzione delle sepolture organizzate in gruppi. Tale caratteristica, che potrebbe indicare un più stretto legame parentelare tra i defunti, è evidente soprattutto nel gruppo Pantalone, dove oltre una trentina di tombe solo allineate su un unico fronte.  Inoltre la presenza di spazi comuni ben definiti nell’area antistante alle tombe potrebbe far pensare a  cerimonie in onore dei defunti di tipo comunitario e processionale.

Il tipo più comune di tomba è costituito da ampie camere sepolcrali di forma quadrangolare con soffitto piano e fornite di banchine laterali, utilizzate come giacigli funebri. L’ingresso alle celle, fornito di un breve dromos, era ostruito generalmente da un portello litico.
Il rito di seppellimento è l’inumazione plurima, con un numero di inumati che varia da 4 a 20. Molto frequente è il riutilizzo di uno stesso sepolcro dopo un livellamento dei resti della deposizione precedente.

Gli oggetti del corredo, generalmente molto numerosi e vari, erano rappresentati da vasi da cucina e ceramiche fini dipinte, fibule in bronzo e ferro, bracciali, anelli e pendagli in bronzo, oggetti d’ornamento in osso, ambra e argento, a cui si aggiungevano prodotti locali imitanti modelli greci, ceramiche greche di importazione ed oggetti di ornamento di gusto fenicio.
Le forme più comuni della ceramica indigena di questo periodo sono generalmente anfore, brocche, oinochoai, grandi coppe su piede che presentano una decorazione dipinta o incisa con motivi geometrici semplici. Nella produzione locale, che imita ceramiche di tipo greco, si distinguono le anfore con corpo ovoidale ed ampio collo fortemente svasato e motivi decorativi  dipinti come fasce verticali, serie di cerchi concentrici, losanghe, teorie di uccelli, che tradiscono influenze greco-euboiche
Tra le ceramiche di importazione greca si evidenziano forme come lo skyphos euboico-cicladico a semicerchi penduli e à chevrons, databili intorno al 775-750 a.C. (MG II), la kotyle corinzia del tipo Aetòs 666 e le coppe di tipo Thapsos, del 750-725 a.C. (TG) ed i kyathoi di fabbrica cicladica. Tra gli oggetti di origine orientale, si ricordano le fiasche da pellegrino di tipo cipro-levantino, imitate localmente, e gli scarabei, ritenuti, nel modo egizio ed orientale, potenti amuleti magici.
 La presenza al Marcellino di precoci importazioni greche e di beni esotici, in un periodo ben antecedente alle prime fondazione coloniali greche in Sicilia, sia che fosse interpretabile come il risultato dell’attività di frequentazione di prospectors Greci che esploravano i territori delle future colonie, sia che rappresentasse l’effetto di una sporadica frequentazione da parte di marinerie fenicie, è un’unica preziosa testimonianza del ruolo decisivo svolto da un sito fluviale della Megaride. La forte apertura verso l’esterno di questa comunità, la capacità di controllo di un’importante via comunicazione tra costa ed entroterra si erano rivelati  determinanti nella scelta di un interlocutore da parte dei nuovi visitatori dell’Isola, all’indomani della fine dell’attività commerciale micenea.

In conclusione si è cercato molto sinteticamente di mettere in risalto l’importanza che i bacini fluviali della Megaride hanno avuto nell’influenzare le dinamiche di antropizzazione dell’età del Bronzo/Ferro di quest’area. La forte uniformità culturale ed il comune carattere di sostanziale apertura verso l’esterno che accomuna diversi siti fluviali con altri costieri, primo fra tutti quello di Thapsos, dimostrano la forte coesione tra costa ed entroterra per tramite del corso dei fiumi.
Infine, dal momento che i dati presentati hanno permesso la caratterizzazione, nell’antichità del Mulinello, del Marcellino del Cantera come dei veri e propri corridoi per la veicolazione culturale, lasciando per un attimo l’ottica strettamente archeologica, ci auspichiamo che il nostro modesto contributo possa far riflettere sullo straordinario potenziale di questo distretto fluviale per lo sviluppo economico del sistema costa/entroterra del territorio megarese in chiave archeologica, naturalistica e turistica.

Scarica locandinaScarica la locandina del convegno

 

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